“Il bandito delle undici”, un film di Jean-Luc Godard. 1965.


Ferdinando è stanco della vita senza senso che ha a Parigi. Coloro che lo circondano sono solo interessati al loro benessere materiale. E per lui è insopportabile. Solo i libri e la poesia in particolare contano. Una sera, tornando a casa, vede per caso Marianne, una ragazza che ha conosciuto anni prima. È venuta a fare da baby-sitter. Poi va via e trascorrere la notte con lei nel suo appartamento. La mattina successiva Ferdinando s’imbatte in un cadavere. Lei dice che è perseguita da gangster per una storia di traffico d’armi a cui è stato involontariamente coinvolta. Vanno quindi verso sud e bruciano la macchina al ciglio della strada. Questo è l’inizio di una lunga fuga dove la loro passione, li porterà. Ma ben presto la loro rispettiva ebbrezza di libertà avrà la meglio.


Jean-Luc Godard s’ispira da un romanzo di Lionel White che traspone sullo schermo e sul quale appone il suo stile a scatti che ne rivela tutta la poesia. I tagli che punteggiano la storia dall’inizio alla fine, danno alla narrazione un senso di velocità pazzesca. Tutte queste interruzioni nel film, come i tanti sfasamenti oppure il fatto per gli attori di parlare direttamente alla telecamera, sono tutte trasgressioni nei confronti del “cinema di papà”. Un film di epoca con un tono libertario per il quale appunto è stato censurato. Un eroe focoso e una donna libera sono tutti due personaggi che prefigurano il movimento studentesco del 1968.

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